Salerno, intervista all'arcivescovo Andrea Bellandi: «San Matteo e la città: comunità in crescita che risolve i suoi nodi»
San Matteo, due settimane dopo. Non è un tempo qualunque. Non lo è per Salerno che a ogni 21 settembre volta pagina, sfogliando il calendario dei suoi giorni speciali. Anzi...
San Matteo, due settimane dopo. Non è un tempo qualunque. Non lo è per Salerno che a ogni 21 settembre volta pagina, sfogliando il calendario dei suoi giorni speciali. Anzi specialissimi perché San Matteo è in capo a tutti gli altri 364, Natale, Capodanno e Pasqua compresi, solennità globali, feste di tutti e per tutti. San Matteo è Salerno, dove da sempre, dopo che i suoi resti approdarono sulla costa cilentana, è diventato un santo in esclusiva. Apostolo, evangelista, qui prima di tutto Patrono e quindi non solo protagonista ma artefice riconosciuto del bello come anche del cattivo tempo della città.
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Ogni anno il Santo, esce di casa, lascia le navate della cattedrale e attraversa in lungo e in largo le sue strade. Mai come stavolta la statua, portata a spalla dalla paranza, scortata a sua volta dalle effigi dei martiri Fortunato, Caio e Ante, in fuga una volta tanto da un anonimato che dura un anno, è stata seguita da una folla straripante. Ha destato perfino meraviglia quest’afflusso di gente così massiccio in una città che alle grandi folle ha fatto da tempo l’abitudine. Quest’anno poi il turismo ha trasbordato, prendendola d’assedio. Ma nell’occasione i turisti sono stati, per così dire, alla finestra, lasciando campo libero a un’invasione autoctona. Nelle strade era Salerno e una Salerno che è parsa voler lasciare un segno; e più forte che in passato. Mani giunte in cattedrale, occhi attenti a cogliere, nello svolgersi della processione, quei segni di novità pronti a manifestarsi anche da una semplice variazione di percorso. Nella naturale laicità della strada che inevitabilmente stempera il carattere sacro della rappresentazione, si producono, per chi sa vederli, i riflessi di un’identità che di volta in volta si affina e si definisce.
Tutto parte, dunque, da Matteo. E se non è come il sangue di San Gennaro, che tiene in apprensione sullo scioglimento - considerato un vaticinio- certo l’esito della processione viene indicato come un segno dei tempi che si preparano.
«È andata bene», è stato il commento unanime quando le statue erano appena rientrate in cattedrale e non era ancora cominciata la sarabanda dei fuochi d’artificio. Che senso può avere, in realtà quell’espressione di compiacimento sul futuro della città - almeno per l’anno che la separa dal prossimo San Matteo? Il primo a esprimere fiducia è stato il Pastore della diocesi, l’arcivescovo Bellandi. Parlava naturalmente a nome della Chiesa che, non soltanto per ragioni di fede, ha lo sguardo lungo sulla storia.
Allo stesso modo, non solo per la folla che straripava da ogni parte, questo San Matteo può essere considerato come un momento di svolta. C’entra stavolta in maniera molto diretta proprio la figura del Pastore, di monsignor Bellandi al suo settimo anno di episcopato sulla cattedra di San Gregorio. Fu una processione, quella del 2014, a segnare a fondo l’episcopato di mons. Luigi Moretti, duramente e platealmente contestato in quell’occasione per alcune modifiche allo svolgimento della processione, sulla base, peraltro, di norme dettate dalla Conferenza episcopale italiana. C’era dell’altro in quella contestazione e soprattutto il convincimento che Moretti non vedesse l’ora di ritornare a Roma a riprendere un incarico di prestigio in Vaticano. Niente di più falso e infondato, come poi s’è visto, Finanche dopo le dimissioni per motivi di salute, l’ex vicegerente del Vicariato di Roma è rimasto invece in diocesi, assumendo l’incarico di vice-parroco nella comunità di San Giuseppe Lavoratore. Una testimonianza esemplare da parte di un Pastore degnissimo.
Sette anni sono un tempo in cui anche l’identità di un nuovo vescovo prende contorni più netti. Bellandi, secondo una consuetudine seguita da papa Francesco, è stato chiamato da una regione totalmente diversa e abbastanza lontana come la Toscana. La novità si è avvertita, e ora, dopo un settennato, pur senza tracciare improponibili bilanci, il San Matteo appena alle spalle segna, se non un bivio, almeno una fase nuova nella vita di un Pastore per il quale neppure sono mancate le voci di possibili ritorni nella terra d’origine, o dintorni- assimilando così il percorso di un prelato a quello di un qualsiasi funzionario statale.
Parte da qui un colloquio ad ampio respiro, mirato ad entrare nel vivo di una realtà diocesana, fatta come dappertutto, di luci e di ombre, di punti di forza che danno speranza e di debolezze e carenze pronte ad offuscarla. Quando è arrivato a Salerno, monsignor Bellandi ammise di non conoscere la città. Non l’aveva neppure mai visitata. Ma ora sono alle spalle ben sette anni.
Per Bellandi non vale molto più di un rapido accenno quello che invece appare, da qualche tempo, come una vera e propria “campagna” che, al di là del merito delle contestazioni, è scopertamente debole proprio nel suo carattere ostinato e ossessivo, oltre che oggettivamente sproporzionato rispetto allo spessore delle accuse.
Intanto, nelle ultime settimane sono uscite notizie riguardanti il Seminario metropolitano di Salerno, in cui ad alcuni aspetti veritieri si sono aggiunti elementi a dir poco fantasiosi…
«Non abbiamo alcuna difficoltà a far presente lo status quaestionis, in quanto l’argomento è stato fatto oggetto di confronto, da tempo, con i principali organi consultivi del Vescovo, ovvero Consiglio presbiterale, Collegio dei Consultori e Consigli dei Vicari foranei. Anche negli incontri del clero non si è mancato di trattare questo argomento. Lo stesso Dicastero del Clero, a Roma, è stato messo a conoscenza di questi passi.
Dobbiamo partire dai fatti attuali e non da ricordi legati al passato, pur belli. I fatti dicono che negli anni in cui venne inaugurato il Seminario a Pontecagnano gli alunni sono sempre stati da 50 a 60, anche perché vi confluivano seminaristi dalle altre Diocesi vicine. Ancora dieci anni fa gli alunni erano cinquanta. Progressivamente il numero è andato riducendosi: soprattutto dal settembre 2019 - dopo che a giugno erano stati ordinati sacerdoti 14 seminaristi - il numero è andato decrescendo, anche perché le Diocesi che prima inviavano a Salerno i loro alunni hanno nel tempo deciso di inviarli nei due Seminari di Napoli, Posillipo e Capodimonte.
L’anno scorso i seminaristi della nostra Arcidiocesi erano 22, più alcuni religiosi e laici. Le difficoltà non riguardano tanto la formazione spirituale e umana dei seminaristi, quanto piuttosto quella teologica e culturale. Gli stimoli provenienti da uno studio fatto in classi di 1-3 persone sono decisamente minori rispetto a quelli offerti da classi di 15-20 persone. Lo stesso ambiente di una Facoltà - come quella di Napoli - può offrire orizzonti di riflessione più ampi, e sappiamo quanto oggi ciò sia importante per dei futuri sacerdoti.
Quest’anno avremo ancora le attività del Seminario a Pontecagnano, ma dal 2026-2027 è previsto che i nostri seminaristi si trasferiscano al Seminario di Posillipo, come accadeva prima che fosse realizzato l’attuale Seminario. Tuttavia, l’intendimento originario dei donatori della villa e del terreno adiacente - sul quale venne poi realizzato il Seminario - che questo spazio venisse adibito “a centro di servizi sociali e filantropici”, come si legge nel lascito testamentario, sarà pienamente rispettato, in quanto quel luogo rimarrà dedicato alla formazione permanente del clero (corsi di esercizi, ritiri, corsi di aggiornamento), alla formazione dei giovani, alla pastorale vocazionale e a quella scolastico-universitaria. Quindi, a differenza di quanto scritto, nessuna vendita e nessuno stravolgimento delle finalità “sociali e filantropiche” alle quali tali ambienti furono fin dagli inizi destinate».
Uno dei momenti più delicati si vive nel mese di giugno, fine dell’anno pastorale, che coincide con gli annunci di varie nomine, molte delle quali riguardanti la guida delle parrocchie. Non tutte le comunità accettano a cuor leggero che il proprio parroco possa essere chiamato a un altro ministero. Quali sono le ragioni che determinano la sua scelta di seguire, laddove è possibile, le indicazioni che, sin dal 1983, aveva dato a riguardo la Presidenza Cei?
«L’attaccamento di molte comunità ai loro Parroci - e quindi il forte dispiacere di vederli trasferiti ad altro incarico - è il segno che questi hanno operato bene, diventando negli anni un punto di riferimento autorevole e affidabile, non solo per la comunità ecclesiale. Devo semplicemente essere grato, quindi, ai tanti sacerdoti che si sono spesi con impegno, e fedeltà nel loro servizio. D’altra parte, la nostra Arcidiocesi è assai grande e tra i compiti delicati e complessi del Vescovo vi è anche quello di offrire a tutte le comunità l’opportunità di avere continuamente nuovi stimoli e anche figure nuove di Parroci, che possano evitare ad esse il rischio di cadere in una sorta di abitudinarietà. Come veniva prima ricordato, la CEI, a partire dal 1983, ha dato la possibilità ai Vescovi di predisporre le nomine dei nuovi Parroci per un periodo fisso di nove anni, salvo poi eventualmente allungare tale durata. Anche la nostra Diocesi, con l’avvento di Mons. Moretti nel 2010, ha accolto tale suggerimento della CEI e quindi i sacerdoti nominati Parroci dopo tale data hanno avuto tutti un incarico novennale. Io, quando sono arrivato nel 2019, mi sono inserito in questa tradizione già avviata. Ritengo, infatti, che - ordinariamente e se non sussistono motivazioni che facciano propendere per una decisione diversa - nove anni rappresentino un tempo minimo adeguato per poter conoscere una comunità e offrire un servizio pastorale sufficientemente ben definito nelle sue diverse dimensioni. Ammetto, però, che ampliare questo tempo con ulteriori tre o quattro anni possa, in taluni casi, essere preferibile. Pur essendo dell’idea che, tanto per le comunità quanto per i sacerdoti, la possibilità di un cambiamento possa risultare foriera di nuovi stimoli pastorali, comprendo però, allo stesso tempo, che questa “mobilità” del clero possa creare ancora qua e là delle tensioni, Tuttavia, complessivamente, le comunità e gli stessi sacerdoti coinvolti hanno accolto con grande maturità ecclesiale e senso di responsabilità i cambiamenti da me richiesti. E per questo ringrazio di cuore le prime e i secondi».
Dopo San Matteo 2026, e le parole dell’arcivescovo Iannone, che ha presieduto il pontificale, l’attesa per una visita di Papa Leone XIV a Salerno è diventata un fatto concreto…
«Esistono tutti i buoni motivi perché possa realizzarsi. L’incertezza maggiore riguarda forse i tempi, vista la fittissima agenda di viaggi, soprattutto internazionali, del Santo Padre. Ma Leone, con il suo pontificato, nato all’insegna della Vergine del Rosario di Pompei, veneratissima in tutta la nostra diocesi, è già venuto incontro in senso concreto alla nostra chiesa».
Come ha vissuto, da pastore di una Diocesi importante e storicamente molto legata a Roma, l’inizio del pontificato di papa Leone?
«L’avvento di Papa Leone al soglio pontificio lo giudico come una continuazione provvidenziale del magistero svolto da Papa Francesco. Primo punto di riferimento non può che essere quel documento eccezionale che è la Magnifica Humanitas, con il quale ha posto sul tavolo temi e preoccupazioni di comune interesse. Non a caso si tratta di un documento apprezzato da più parti, una sorta di manifesto per il tempo nuovo della chiesa e della società civile. Iniziare a porre qualche interrogativo sull’idea di sviluppo, all’interno di un paradigma tecnocratico che riduce la realtà a ciò che è misurabile, calcolabile e ottimizzabile, ritengo sia già un passo importante, utile per sfatare il mito che tutto ciò che si può fare tecnologicamente porti automaticamente del bene da un punto di vista etico e di sviluppo umano. E questo è falso. La crescita della potenza tecnica non coincide automaticamente con il bene: il criterio decisivo resta la dignità della persona e non l’efficienza dei mezzi. Anche iniziare a parlare diffusamente di queste tematiche può forse aiutare ad invertire la rotta di uno sviluppo altrimenti destinato ad essere incontrollabile e forse ahimè disumano».
Due anni fa Papa Francesco nominò don Alfonso Raimo, allora vicario generale, vescovo ausiliare di Salerno-Campagna-Acerno. Una nomina inattesa: erano decenni che Salerno non aveva un ausiliare.
«Ero aperto a questa possibilità da quando, circa un anno fa, dalla Nunziatura mi fecero capire che avevano bisogno di vescovi con esperienza da inviare in alcune Diocesi dove la sede episcopale era vacante. Come accolsi con sentimenti di grande stupore e gioia, nell’aprile del 2024, la nomina di Monsignor Raimo a Vescovo Ausiliare, così oggi con la stessa gioia e gratitudine al Santo Padre, accolgo la decisione di inviarlo ad altra sede come Pastore, nella quale sicuramente porterà l’esperienza maturata in questi anni a Salerno. Don Alfonso è stato per me, in questi anni, un punto di riferimento sicuro e un amico fraterno, su cui sapevo di poter contare, data la sua saggezza e la sua ampia conoscenza della diocesi».
ha collaborato Giuseppe Pecorelli