L'avvocato Francesco Petruzzi si racconta: «Accanto ai più deboli e lontano dai baronati: piansi per Domenico»
Il Mattino

L'avvocato Francesco Petruzzi si racconta: «Accanto ai più deboli e lontano dai baronati: piansi per Domenico»

Mercoledì 14 ottobre 2026
13 visualizzazioni

  Nel giro di pochi anni è passato da un rimborso mensile per coprire i costi dell?abbonamento del bus (quando si recava nello studio per la pratica forense) alla guida della...

Nel giro di pochi anni è passato da un rimborso mensile per coprire i costi dell’abbonamento del bus (quando si recava nello studio per la pratica forense) alla guida della sua «prima Ferrari». Dalla gavetta dal basso, di chi si laurea, si guarda attorno e non può contare su solchi già battuti, segnalazioni e amicizie, alla convinzione «di essere un professionista che fa bene il suo lavoro, perché amo dare voce alle persone che voce non hanno».

APPROFONDIMENTI 36enne napoletano muore dopo un trapianto di cuore a Torino, disposta l'autopsiaSalvaSalvata Domenico Caliendo, il Riesame: «Cartella clinica falsa, Oppido va interdetto»SalvaSalvata Domenico Caliendo, il Riesame conferma la sospensione per Oppido: annullamento per la sua viceSalvaSalvata

Eccolo l’avvocato Francesco Petruzzi, 37 anni, difensore dei genitori del piccolo Domenico Caliendo (il bimbo morto dopo il trapianto di un cuore bruciato dal ghiaccio sintetico), recentemente in campo per altri casi di presunta malasanità (a Napoli, a Torino e in altri fori), di possibili ingiustizie.

Come nasce la carriera di Francesco Petruzzi?

«Studi classici al Garibaldi, poi un paio di anni a Lettere, prima di approdare a Giurisprudenza (Federico II). Mi laureo prima del tempo, poi inizio la pratica forense. E capisco come funzionano le cose».

In che senso?

«Molti dei miei colleghi universitari avevano la strada spianata: chi andava nello studio del padre, chi dello zio, chi si rivolgeva all’amico di famiglia».

E lei?

«Avevo bisogno di iniziare la pratica forense, ma non sapevo da chi andare. Fui costretto ad affidarmi a un annuncio su Subito.it, nella speranza che qualcuno cercasse un praticante».

Compensi?

«Mi veniva riconosciuto, a mo’ di rimborso spese, la tessera del bus mensile, per coprire la distanza da Casalnuovo al Centro direzionale: 56 euro al mese: sono stato in tre studi penali, poi mi sono affrancato».

Infortunistica, come mai?

«Quando sono diventato avvocato, non mi aspettavo certo di ricevere un incarico dalla Fiat, sapevo che non c’era qualcuno che mi spianava la strada. Rivendico con orgoglio e rispetto il fatto che mio padre abbia conseguito solo la terza media, mentre mia madre è una ex lsu, oggi dipendente in Regione. Sono il primo avvocato della mia famiglia».

Dunque sinistri stradali, quelli che a Napoli vengono chiamati cause da “tozza tozza”. Cosa ha imparato in questo lavoro?

«Un avvocato che si occupa di risarcimenti deve sapersi muovere anche nel penale. Si impara ad interfacciarsi con giudici e pm, a confrontarsi con i colleghi. Da vicende legate a piccoli sinistri si passa ad aventi drammatici, quindi anche a inchieste decisamente più complesse».

Poi arriva il caso del piccolo Domenico.

«Non proprio. Faccio infortunistica ma anche colpe mediche, vicende che rendono necessaria una conoscenza sempre più approfondita della dialettica giudiziaria in aula, sia nel penale che nel civile. Inizio ad occuparmi di tante storie: famiglie che perdono il capo famiglia, genitori che perdono i propri figli, contesti difficili. È qui che inizio a coltivare la mia propensione principale».

Quale?

«La difesa delle persone offese. Di chi non ha voce e vorrebbe averla. Ho uno zio che era ispettore della Digos, sono sempre stato affascinato dal suo ruolo di tutore della legge e di chi subisce un torto. Mi auguro di essere riuscito a valorizzare il ruolo di avvocato della persona offesa, non in modo subalterno a quello della Procura».

Come arriva il caso del piccolo Domenico?

«Feci ottenere un risarcimento a un ragazzo che non può più lavorare, era un conoscente dei genitori del piccolo Domenico».

Qual è la cosa che l’ha amareggiata di più in questi mesi di notorietà?

«Sono arrivati tre esposti al Consiglio dell’ordine, per le mie interviste. Ma non ho mai violato segreti istruttori o professionali. È per questo che ho manifestato di recente la mia vicinanza agli avvocati del caso Garlasco. Mi ha poi fatto male leggere commenti sprezzanti (tipo: “Ma questo è laureato?”), per giunta da parte di ex colleghi di studio all’università».

E la cosa che l’ha gratificata (al di là degli esiti processuali)?

«Un noto penalista napoletano ha scritto all’Ordine per chiedere un encomio per me, dicendo che non ha mai visto un avvocato battersi con tanta determinazione. Sono felice di questo incoraggiamento, visto lo spessore di chi lo ha formulato».

Forse lei riceve critiche anche per una certa esuberanza sui social, non trova?

«Forse. Sono giovane e esuberante. Amo le moto (io, Ducatista); e sono un Ferrarista».

Nel senso che segue la Formula Uno?

«Nel senso che ho una Ferrari. Un’auto che ho acquistato a luglio del 2025, quando Domenico era vivo e al mare con la sua famiglia. Lo dico per rispondere agli haters che sostengono che avrei acquistato la Ferrari con i soldi del risarcimento del Monaldi, che - per altro - non sono ancora arrivati».

Cosa risponde agli haters?

«Che trovo tristi le loro accuse. Chi mi giudica per qualche post su facebook, ignora il lavoro che c’è accanto alle parti offese e i sacrifici iniziati con un annuncio su Facile.it: io che uno studio penale a disposizione non ce l’avevo».

Condividi questo articolo