Corteo contro il carovita a Napoli, ecco le chat clandestine trapelate: «C?è chi fomenta la rabbia»
Il Mattino

Corteo contro il carovita a Napoli, ecco le chat clandestine trapelate: «C?è chi fomenta la rabbia»

Lunedì 2 novembre 2026
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Nel giro di pochi minuti, viene contattato da otto soggetti. Hanno tutti un nickname (un nome posticcio), quindi parlano liberamente. Fanno parte dello stesso gruppo creato su una app di...

Nel giro di pochi minuti, viene contattato da otto soggetti. Hanno tutti un nickname (un nome posticcio), quindi parlano liberamente. Fanno parte dello stesso gruppo creato su una app di messaggistica istantanea, non sanno che le loro conversazioni sono destinate a finire in un fascicolo della Digos. Si parte dalla rivolta in Francia, per poi commentare a caldo quella del 17 ottobre a Milano, in vista dei prossimi appuntamenti della piazza napoletana.

APPROFONDIMENTI

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Uno scenario gestito con oculatezza dalla prefettura, sia in occasione della manifestazione spontanea del 24, sia nel corso del raduno dei sindacati lo scorso 30 ottobre, sul quale oggi è possibile condurre degli approfondimenti. Ci sono delle carte della Digos che parlano chiaro. E che svelano il tentativo da parte di qualcuno di soffiare sul fuoco di una protesta pacifica e sacrosanta, quella che chiede rimedi contro il carovita. Personaggi che agiscono nell’ombra, di cui oggi sappiamo qualcosa grazie al blitz della Digos (primo dirigente Walter Dian), in una inchiesta coordinata dal pm Urbano Mozzillo e dall’aggiunto Francesco Soviero. Sette indagati (l’accusa principale è di istigazione alla violenza su applicazioni informatiche), le loro conversazioni sono agli atti di una inchiesta chirurgica, che è bastata da sola a disinnescare progetti di guerriglia nel corso delle manifestazioni napoletane.

Il retroscena 

Ma andiamo a leggere chi prova ad infiammare gli animi e quale strategia persegue. Si parte dal numero di telefono di un soggetto giovane, radicato nella zona di Vasto Arenaccia, con parentele scomode, legate alla camorra dell’Alleanza di Secondigliano. Nei suoi confronti non ci sono accuse di associazione mafiosa, bene chiarirlo, anche perché il suo ruolo in questa storia viene messo a fuoco soprattutto per due sue attitudini: la passione da ultrà azzurro al Maradona, ma anche l’odio verso le divise, verso le «guardie». Due facce della stessa medaglia, che rischiano di avere un peso quando le strade di Napoli si riempiono di cittadini (lavoratori, studenti, sindacalisti) inviperiti per le crisi economiche internazionali.

Dunque, torniamo alle chat passate al setaccio dagli inquirenti. Nel giro di pochi minuti, almeno sette soggetti si rivolgono al presunto leader. Gli chiedono consigli su come vestirsi in occasione dei cortei e su quale strategia adottare. Lapidaria la risposta del giovane aspirante guerrigliero: «Se succederanno tafferugli la gente sarà preparata»; oppure, a proposito del carattere politico della manifestazione, risponde con un sibillino «sposano il progetto». In un gruppo privato, c’è chi chiede chiarezza su cosa è previsto che accada una volta in piazza, al punto tale che il sedicente leader alza le spalle: «Non mi sento di dirti una bugia, perché non lo so per certo nemmeno io quello che succeder». Già, ma allora perché «bisogna vestirsi di nero»? Risposta ad alto impatto suggestivo: «Serve un impatto visivo, bisogna diventare come un unico pugno». Poi il resto delle chat è tutto un attacco alle divise, le forze dell’ordine: si discute di come fare uno striscione contro i divisa, di «avere un pugno duro contro le guardie», fino a quando il leader lo zittisce. Motivo? Teme gli infiltrati nel gruppo, teme di essere intercettato e chiede cautela. Poi se ne esce una frase che è tutta un programma: «Non possiamo dirle certe cose, si fanno e basta...».

La saldatura 

Non è finita. Il discorso prosegue su «fare come a Milano», ma anche sulla necessità - se serve - «uscire con mazze e pietre negli zaini» e se serve di «sparare alle forze dell’ordine». È qui che la saldatura tra pulsioni diverse sembra evidente: cultura camorristica (per l’uso delle armi), ma anche odio da stadio contro le divise. Ultimo capitolo è legato a un paio di fogli elettronici «con un elenco di iban» nel cellulare del Che Guevara del Vasto. Ma questa è forse un’altra storia.

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