Rocky Marciano, 70 anni fa il ritiro del paisà che non perse mai. E che non doveva fare il pugile
La Gazzetta dello Sport

Rocky Marciano, 70 anni fa il ritiro del paisà che non perse mai. E che non doveva fare il pugile

Lunedì 27 aprile 2026
4 visualizzazioni

Rocco Francis Marchegiano, figlio di italiani emigrati dall’Abruzzo, aveva fatto lo scavafosse, il posabinari, il calzolaio e il militare, sognava il baseball ma a 23 anni scelse la boxe. Basso, braccia corte, andatura strana, ma aveva due cose che nessuno aveva...

Rocco Francis Marchegiano, figlio di italiani emigrati dall’Abruzzo, aveva fatto lo scavafosse, il posabinari, il calzolaio e il militare, sognava il baseball ma a 23 anni scelse la boxe. Basso, braccia corte, andatura strana, ma aveva due cose che nessuno aveva...

Giulio Di Feo Giornalista 27 aprile - 11:47 - MILANO

Sono gli anni cinquanta, il trash talking nella boxe c'è come e più di adesso e Archie Moore spara: "L'ho visto combattere, l'ho smontato come un orologiaio smonta un orologio, non riuscirà a colpirmi". E quella sera allo Yankee Stadium per cinque secondi si illude pure di avere ragione: alla seconda ripresa un suo destro centra la mascella dell'altro che casca. L'arbitro conta, cinque secondi in cui Rocky Marciano si rialza, scrolla la testa e riprende a fare la sua boxe. Qualche anno dopo Archie Moore ricordando come finì dimostrò di essere un virtuoso della metafora: "Con lui è come combattere contro l'elica di un aereo". Quel 21 settembre del 1955 Moore va giù quattro volte, l'ultima si accascia come un vestito vuoto. Rocky Marciano si conferma campione del mondo dei pesi massimi, 49 vittorie su 49 incontri. È il migliore, è in cima alla catena alimentare, e 7 mesi dopo annuncia che non avrebbe combattuto più.

Rocco Francis Marchegiano

—  

Anche Jordan, Borg, Spitz e tanti altri mostri si sono ritirati guardando il mondo dall'altro, poi il demone che avevano dentro li ha riportati sui loro passi. Lui no. È tentato un paio di volte, ma il demone o l'aveva messo al tappeto come gli avversari o magari non ce l'aveva proprio. Perché Rocky Marciano non è un predestinato. I mostri nascono mostri, lui nasce normale e povero. Nella sua vita la boxe arriva tardi e quasi per caso. Rocky Marciano è Rocco Francis Marchegiano, primo dei sei figli di Pierino da Ripa Teatina e Pasqualina da San Bartolomeo in Galdo, italiano d'America in un'America che gli italiani li aveva sempre visti come manodopera a basso costo, gente che faticava a integrarsi, cattolici in un paese protestante. Nel pugilato riuscivano bene, è sport di resistenza e disciplina come il lavoro in fabbrica o in campagna, ma gli impresari consigliavano loro di cambiare nome perché erano difficili per gli speaker. Così Luigi Buccassi diventa Lou Bogash, Carmine Papaleo Willie Pep e l'idolo di Pierino, Giuseppe D'Ambrosio, Lou Ambers. "Vedi, Rocco? Se un giorno salirai su un ring dovrai colpire come lui", dice al suo bimbo, gracile e sopravvissuto per miracolo a una polmonite. Rocky cresce a Brockton, Massachussets, capitale mondiale delle calzature, va male a scuola, servono soldi e deve trovarsi un lavoro. Inizia scaricando camion per 10 dollari alla settimana, fa lo scavafosse e il posabinari, suo padre gli trova un posto alla fabbrica di scarpe dove lavora lui ma si scopre allergico al cuoio. Una mano gliela tende lo zio Sam: marzo 1943, Rocky si arruola. Lo mandano in Galles, nei momenti liberi pensa ai lavoracci che non avrebbe voluto fare più e soprattutto al baseball. Era ricevitore a scuola, bravino, sogna la Major League. La boxe è un diversivo, gli aveva insegnato due cose zio Johnny, gli piaceva prendere a cazzotti un sacco da postino, poi durante una rissa in un pub stende un tizio con un colpo, uno solo, e si convince che qualcosa in quelle mani c'è. Chiede di allenarsi come pugile sotto le armi per scansare le fatiche della caserma, ma dopo un po' non trova sparring disposti a salire sul ring con lui.

dal baseball alla boxe

—  

Dopo il congedo Rocky ha 23 anni, fa il dilettante a tempo perso finché Allie Colombo, allenatore e amico d'infanzia, gli propone per la prima volta di combattere per soldi, 35 dollari. Ok, meglio di niente: contro l'irlandese Lee Epperson per due riprese mena pugni a vuoto, alla terza uno centra il diaframma dell'altro che finisce fuori dalle corde. Rocky però ha ancora in testa il baseball. Va a fare un provino con una squadra satellite dei Chicago Cubs: bocciato. Amen, boxe sia, meglio che la miseria. Il fatto di non avere alternative fa scattare qualcosa nella testa di un ragazzo che sembra nato per fare tutto tranne che un pugile. Ancora oggi i suoi detrattori, più hai successo e più ne hai, ne mettono in fila i difetti: un peso massimo che non arriva all'1.80, leggero, braccia da pinguino, rozzo, senza gioco di gambe, brutto da vedere. Però Rocky ha due cose che si mangiano il resto: la dinamite nel destro e una voglia mai vista prima. 

"dio, quanto picchia"

—  

Quando arriva alla Stillman's Gym di New York, l'allenatore Charley Goldman quasi non ci crede. Dirà poi al suo aiutante, quell'Angelo Dundee che sarebbe diventato il mentore di Muhammad Ali: "Ho un tizio basso, curvo, con pochi capelli, si muove che pare abbia due piedi sinistri ma Dio, quanto colpisce forte". Goldman, ebreo polacco venuto su dalle risse da strada, sa che ogni debolezza può diventare forza. Ha un detto: "Se hai un pugile basso, fallo più basso". Allena Rocky a una postura ancora più curva, ne sistema le combinazioni, ne esce una creatura che avanza che pare un granchio e picchia inesorabile. Dall'inizio alla fine Marciano colpisce e se non colpisce si fa sotto per colpire. Non conosce paura né dolore, non indietreggia, incassa tutto, è disposto a prenderne quattro per darne uno buono e quello buono lo chiama Suzie-Q, un destro da distanza ravvicinata forte come un colpo d'artiglieria. Per sostenere questa boxe intensa e dolorosa applica dedizione monastica nell'allenarsi: ogni giorno sette miglia di corsa, all'inizio con un pallone da football per non far capire a mamma Pasqualina che fa la boxe, ore di sparring, flessioni, palla medica. Prova le combinazioni immerso in acqua per aumentare la forza, allena pure le pupille con un pendolo sul letto.

Suzie-Q e lacrime

—  

Rocky Marciano conquista il titolo 5 anni dopo il suo primo incontro e lo difende sei volte. "Non fa bella figura? Nemmeno l'altro al tappeto", dice Goldman. L'America sta passando dalla radio alla tv, si riunisce a guardarlo e lo ama. È una macchina da guerra sul ring, fuori un bravo cristiano. Nel 1949 devasta con Suzie-Q un altro paisà, Carmine Vingo: lo portano all'ospedale, il prete gli dà l'estrema unzione, poi tentano un intervento al cervello che per fortuna riesce. Rocky piange davanti alla sala operatoria, prende senza fiatare gli schiaffi della mamma di Carmine, paga le spese mediche. Due anni dopo manda in pensione il suo mito d'infanzia Joe Louis riempiendolo di botte e di nuovo giù lacrime: "Mi dispiace Joe". Ha due mogli devote: la boxe e Barbara. La prima non l'ha mai tradita, la seconda forse sì. Nel caso, mai sotto incontro, il sesso indebolisce. Una sera quelli del suo staff convincono Jayne Mansfield, biondona di Hollywood, ad andare in camera sua e lei esce dopo pochi minuti offesa: "Ma è matto? Non vuole avere niente a che fare con me". Comunque a Barbara vuole bene, dice che si ritira per dedicarsi a lei e i figli. Secondo altri invece perché ormai acciacchi e botte prese stanno presentando il conto, un'altra vulgata sostiene che sia stanco di dover dare gran parte dei suoi guadagni al manager Al Weill. 

la fine

—  

Ha l'ossessione, dicono, dei soldi. Come tutti quelli cresciuti poveri durante la Grande depressione non si fida delle banche e degli assegni, preferisce essere pagato la metà purché in contanti, sua figlia troverà nascosti in giro per la casa rotoli di banconote. Dopo il ritiro fa l'imprenditore, l'arbitro di lotta, il Rocky Marciano che viene pagato per presenziare in pubblico. Il 31 agosto 1969 deve volare da Chicago a Des Moines e accetta un passaggio dal nipote di un mafioso. Gli uomini d'onore lo amano, per loro un simbolo - nei Soprano's sui muri ogni tanto compare una sua foto -, lui porta rispetto perché non vuole noie ma il rapporto si ferma qui. Quella sera però il cielo è in tempesta, il pilota inesperto, l'atterraggio difficilissima. L'aereo si schianta contro una quercia. Muoiono tutti, il pilota, il figlio del mafioso, Rocky Marciano che il giorno dopo avrebbe compiuto 46 anni. Al suo funerale Muhammed Ali e Joe Louis, stavolta è lui che piange: "Qualcosa se n'è andato dalla vita di tutti".

Leggi anche Addio a Nazareno Balani, storico regista "olimpico" della RaiNon solo Ronaldo e Ronaldo Jr: quali sono le altre coppie padre-figlio nello sport?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Condividi questo articolo