Malore Eriksen, l'esperto: "Non sorprende. C'è un motivo se in Italia non si gioca col pacemaker"
Il professor Andreini: "Il defibrillatore sottocutaneo è un salvavita, ma non previene le aritmie. Se potrà tornare? Dal mio punto di vista e quello dei cardiologi italiani la questione era già chiusa tempo fa"
Il professor Andreini: "Il defibrillatore sottocutaneo è un salvavita, ma non previene le aritmie. Se potrà tornare? Dal mio punto di vista e quello dei cardiologi italiani la questione era già chiusa tempo fa"
Il professor Daniele Andreini
Sia lodato il defibrillatore, verrebbe da dire. Il malore di Christian Eriksen durante l’amichevole tra Danimarca e Ucraina ha risvegliato i fantasmi più terrificanti nella mente di chiunque, 5 anni fa, avesse assistito a quel maledetto Danimarca-Finlandia quando l’allora centrocampista nerazzurro perse i sensi dopo un attacco cardiaco. Come spiegato dal medico della Nazionale danese “il pacemaker ha funzionato correttamente. Christian ha perso conoscenza per un breve periodo, ma si è ripreso subito ed è uscito dal campo camminando da solo”. Inevitabilmente, però, quanto accaduto porta a delle riflessioni. Eriksen, così come anche Bove – per tornare a fatti ancora più recenti – dopo il primo malore era stato costretto a lasciare l’Italia. Le linee guida italiane, infatti, prevedono lo stop all’attività agonistica per gli atleti ai quali è stato impiantato un defibrillatore sottocutaneo, come ha spiegato a Gazzetta Active il professor Daniele Andreini, responsabile dell’UO di cardiologia universitaria e imaging cardiaco dell’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano e tra gli esperti consultati per l’aggiornamento costante delle linee guida COCIS, i protocolli cardiologici che servono a valutare l’idoneità sportiva agonistica.
VIDEO: VIDEO Cammina, si tocca il petto e si accascia: Eriksen, le immagini del malore© RIPRODUZIONE RISERVATA