Perché in Inghilterra non ci sono allenatori inglesi
Su 20 panchine di Premier League soltanto tre sono per allenatori di casa: due vanno a caccia di una salvezza disperata e l'altro di un campionato di vertice non semplice. Perché un calcio che cresce a tutti i livelli non riesce a farlo anche da questo punto di vista?
Joe Kinnear, storico allenatore del Wimbledon negli anni 90, d'estate salutava tutti e se ne andava al mare. All'epoca i telefonini non c'erano, ma le segreterie telefoniche sì e la sua faceva: "Al momento non sono disponibile. Se siete i presidenti di Milan, Barcellona o Real Madrid vi richiamo, il resto può aspettare". La frase dava una fotografia abbastanza distinta di cos'era il calcio inglese di vertice trent'anni fa, per un'altra istantanea basta guardare i nastri di partenza del 1992-93, prima stagione di Premier e prima di Joe dall'inizio in panchina: su 22 allenatori ci sono 15 inglesi, 5 scozzesi (Graham all'Arsenal, Dalglish al Blackburn, Porterfield al Chelsea, Souness al Liverpool e Ferguson allo United), un gallese (Walker al Norwich) e curiosamente l'unico non britannico è proprio Kinnear, nato a Dublino e nazionale irlandese ma residente a Watford da quando aveva 7 anni. La Premier di oggi? Una crescita di fatturato di quasi il 3300%, e in panchina 5 spagnoli, 4 tedeschi, due italiani, due francesi, un bosniaco, un austriaco, uno scozzese, un irlandese e gli allenatori fatti in casa sono appena tre.