Sempre meno e con pochi minuti giocati: scatta l'allarme italiani in Serie A
Rispetto a un anno fa scendono da 99 a 95 i convocabili in azzurro schierati nella prima giornata
Rispetto a un anno fa scendono da 99 a 95 i convocabili in azzurro schierati nella prima giornata
Giulio Saetta Giornalista 27 agosto (modifica alle 07:58) - MILANO English version Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleTotale dei giorni senza Mondiali: 4.447. Era il 24 giugno 2014 e all’Arena das Dunas di Natal, contro l’Uruguay, gli azzurri ci facevano palpitare per l’ultima volta, in Brasile. Finì male, battuti 1-0 ed eliminati ai gironi come quattro anni prima. La crisi della Nazionale è anche figlia della scarsità dei talenti italiani, o meglio, della penuria di quelli mandati in campo. Nel lungo weekend d’esordio, il campionato non ha voluto proprio darci una mano, anzi. Rispetto alla prima giornata del 2025-26, gli italiani utilizzati, titolari e subentrati, sono addirittura diminuiti: da 99 a 95. Nel totale non sono stati inseriti Palma dell’Udinese e Romano del Cagliari, con doppia cittadinanza, anche se il rossoblù protagonista della vittoria a Parma ha aperto a una chiamata del ct Mancini. La situazione è ancora più preoccupante conteggiando i minuti in campo: 6.468 contro 6.103, quattro intere partite in meno nelle gambe di calciatori italiani. La cosa più grave è che tutto il movimento da anni caldeggia il maggiore impiego dei nostri giovani. E invece di restringersi, il gap si allarga. Ancora peggio a vedere cosa succede attorno. Nei cinque top campionati europei, solo in Inghilterra c’è un minore utilizzo autoctono. Ma la Premier, si sa, è ormai un campionato planetario. La Liga in media ha numeri più che doppi rispetto alla Serie A. Anche Francia e Germania, tornei a 18 squadre, viaggiano oltre la tripla cifra per giornata.
VIDEO: Palermo, folla oceanica per Perin: l'accoglienza è straordinariaLe big zoppicano
—Sono stati Monza e Frosinone a impiegare più italiani, undici per ciascuna delle due squadre nelle due partite giocate, rispettivamente contro Inter e Juventus. Le due neopromosse sono le uniche in doppia cifra, con la terza, il Venezia, in totale controtendenza: Stroppa in casa contro il Lecce ha impiegato (da subentrato) un solo giocatore italiano, Dagasso. Maglia nera condivisa con Como e Udinese, che si sono affrontati sabato con solo un italiano per parte, Zaniolo e Liberali. Le big si difendono, ma non troppo. I campioni d’Italia dell’Inter hanno tenuto a galla la media grazie ai 4 nazionali. Il Napoli è stato virtuoso con 6. Il Milan invece è in coda alla classifica con 3 italiani in campo, alla pari di Genoa e Sassuolo. La perdita dello zoccolo duro italiano toglie identità alle squadre. Un tempo i tifosi si rispecchiavano nelle bandiere, oggi il calcio è globalizzato (sinonimo di standardizzato), perdendo quella specificità tattica e caratteriale che ha fatto la storia della Serie A. Acquistare un italiano medio costa spesso il doppio rispetto a un profilo simile pescato nei campionati minori. Le squadre, strozzate dai bilanci, spesso scelgono l’algoritmo e l’estero, condannando i nostri a essere un “bene di lusso” fuori portata. Ma c’è una mosca bianca e si chiama Atalanta. È un feudo azzurro per tradizione con il suo storico settore giovanile che sforna talenti in quantità industriale. Maurizio Sarri, nato in Toscana, il cuore del Bel Paese, ha mandato in campo dal primo minuto ben sette suoi connazionali, il 63% del totale. L’Atalanta del resto ha una grande tradizione quanto a settore giovanile, nel un gran numero di azzurri si è formato nel vivaio bergamasco.
Porte girevoli
—L’abolizione dei benefici fiscali del Decreto Crescita avrebbe dovuto, nelle intenzioni spingere i club a investire sulle risorse del territorio. La realtà della prima giornata ha invece mostrato l’opposto: le porte dei vivai restano semichiuse, mentre continuano a girare vorticosamente per accogliere profili esteri a basso costo, scommesse pescate tramite algoritmo nei campionati periferici. Il calciatore italiano si ritrova così intrappolato in un imbuto generazionale: respinto dai top club perché privo di esperienza internazionale, e scartato dalle medio-piccole che preferiscono l’usato sicuro o lo scouting transfrontaliero. Un sistema a compartimenti stagni dove l’investimento nei settori giovanili si trasforma in un mero obbligo burocratico per le liste Uefa, privo di sbocchi reali sul terreno di gioco. Un circolo vizioso da cui dobbiamo uscire. Urge un’inversione di tendenza per non “bucare” il quarto Mondiale di fila.
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